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LUCIANO PAVAROTTI, UN RICORDO..... PERSONALE
Adesso che Big Luciano è morto fioccano “coccodrilli” e peana. Non poteva essere diversamente: il mondo della lirica, i media, la gente hanno bisogno di idoli più o meno effimeri e, in un mondo che brucia con incredibile velocità i propri modelli, ciò che davvero resta affidato alla memoria è, probabilmente, solo quello che sopravvive allo scempio modaiolo e consumistico.
Pavarotti è indiscutibilmente una fetta importante della lirica mondiale, forse l’ultimo epigono di una genia di “grandi” del passati e il primo di quella nuova corrente dei moderni esegeti dello star sistem che aggiungono alla voce, talvolta insufficiente ad incoronarli “re” o “regine”, una serie di comportamenti che li rendono “visibili” e “interessanti”.
Ovunque nel mondo la sua voce ha portato la grande lirica ai massimi successi e la carrellata dei personaggi delle opere da lui interpretati è davvero incredibile: da Doninzetti a Puccini, Luciano si è cimentato con i repertori più vari e complessi portando in ognuno la sua cifra significativa, il “marchio” indelebile che li rende unici e originali, “alla Pavarotti”.
La mia non vuol essere una rievocazione critica, insignificante goccia in un mare di approfondimenti che da oggi pioveranno su quotidiani e periodici, ma solo un brevissimo ricordo personale, un sincero ringraziamento, postumo, ad un uomo che ha saputo fermarsi per interloquire con un allora giovane giornalista emozionato e incantato di fronte al Maestro.
Mancava da Firenze da anni e al Comunale lo attendevano per un suo concerto: una “soffiata” mi aveva condotto verso l’albergo dove alloggiava e, con la grinta dell’incoscienza, mi sono fatto passare dal portiere la sua camera:
“Maestro, mi scusi, vorrei farle alcune domande; sono un giornalista…”
“Chi è lei? Non ho tempo ora; devo riposare e poi ho le prove, mi dispiace..”
“L’aspetto…”
Un’ora, due ore, tre ore: lente, interminabili, distratte da fugaci letture e da mille pensieri più o meno leggeri. Poi “lui” che esce dall’ascensore
“Maestro…”
“Ma le avevo detto che ero impegnato… Ha aspettato finora?”
“Sì, era troppo importante poterle parlare…”
“Le ripeto, sono impegnato, ho le prove…
Un attimo di silenzio, una pausa infinita per me, poi con un sorriso a stento trattenuto
“..Venga con me in teatro, se avrò tempo, alla fine, vedremo…”
Con lui al teatro? Alle prove? Mi sembrava impossibile
Nella platea praticamente vuota, mi sono trovato ad ascoltare il “duettare” amichevole tra Pavarotti e Magera, suo pianista ed amico, e quella incredibile voce che si dispiegava sempre più sicura e libera dentro il teatro. Era “buffo” con la sua camiciona a quadri ed un asciugamanoal collo: quel cantante sul palcoscenico, uno tra i più acclamati nel mondo, mi stava offrendo la possibilità di scoprirlo nella sua dimensione umana. Un “regalo” incredibile che ripeterà numerose altre volte negli anni successivi, con altrettanta gratuita generosità, con una semplicità tutta sua fatta di un sorriso aperto, di un tono burbero, di un gesto inequivocabile.
Quell’intervista me la concesse al termine della prova e mi invitò anche al concerto, poi fui con lui in numerose altri momenti non pubblici: alle prove coi suoi allievi, alla preparazione della Boheme per il 25° della sua carriera, e alla prima, a casa sua per un incontro informale nel quale condividere non solo la musica ma le altre piccole grandi cose della vita.
Il Big Luciano che ho conosciuto era un uomo libero e in qualche modo felice della sua vita; entusiasta della possibilità di cantare in tutto il mondo ma altrettanto contento di dedicare il suo tempo, la sua esperienza, il suo amore per la lirica ai “suoi” giovani, quelli destinati a misurarsi con i teatri italiani e quelli per i quali era possibile, sempre grazie a lui, un’apertura verso quelli d’oltre oceano.
Un Pavarotti che indossava lo smoking ma manteneva il cuore in camicia a quadrettoni, che faceva la star ironizzando su se stesso non appena il sipario di chiudeva su una sua recita.
Erano ancora lontani i tempi del “Pavarotti & friends”, del divismo, degli “scandali familiari”, della nuova segretaria (l’altra, quella che conoscevo io, Francesca, gli era stata a fianco con devozione e attenzione per un lungo periodo e mi era diventata amica apprezzando di me la correttezza e l’assoluto disinteresse per il gossip) che sarebbe diventata sua moglie. I rotocalchi al massimo inseguivano la sua massiccia mole cercandolo in costume, ma più spesso di lui parlavano solo per i successi conseguiti, per le nuove interpretazioni, per i programmi “dal 2000 in poi”…
“E’ un mondo difficile quello della lirica – mi diceva serioso guardando i suoi allievi – con sempre meno spazi per i tanti giovani che vi si avvicinano. Eppure sono in tanti che sognano di calcare un palcoscenico, di mettersi il costume di scena, di riscuotere l’applauso del pubblico. La lirica non è morta nonostante mille difficoltà con cui è costretta a fare i conti. Ovunque io vada a cantare, decine e decine di giovani mi chiedono di ascoltarli, di aiutarli, di fare qualcosa.
E’ commovente ed imbarazzante tutto questo: per me che ho la musica nel cuore, fare qualcosa per loro è un piacere grande, ma non posso fare più di tanto. Occorrerebbe che altri si muovessero a favore di questi giovani, bisognerebbe che ci fossero più opportunità per loro e che diversamente si muovessero coloro che davvero gestiscono le decisioni su questo settore…”
Ascoltarlo e guardarlo quando, appassionato, si lanciava in queste considerazioni, era un piacere: nulla di lui c’era del personaggio “arrivato”, del divo, della celebrità; era davvero preoccupato e rammaricato di questa situazione che, sempre più, emergeva anche al di fuori degli addetti ai lavori e il suo impegno concreto non gli sembrava mai abbastanza per quanto era il bisogno che percepiva dal suo osservatorio privilegiato.
Poi, circostanze diverse, mi hanno allontanato da lui, o almeno da quella piccola confidenza che si era creata tra noi al di là del mio ruolo di giornalista. Ho, ovviamente, continuato a seguirlo nelle alterne vicende professionali, nelle sue nuove scelte, nelle difficoltà di difendere un immagine che a livello mondiale aveva raggiunto vertici incedibili.
La sua vicenda privata mi interessava meno, o meglio, impossibilitato ad attingere direttamente alla fonte, non ritenevo sufficientemente attendibili le varie voci che i media diffondevano in merito per darne credito. Poi la malattia e le notizie, anch’esse “clandestine” (quelle ufficiali erano contraddittorie e fastidiosamente sensazionalistiche), sulla gravità del male, sulla possibilità di guarigione, sulla sua voglia di reagire…
La notizia di oggi non mi coglie impreparato né, in qualche modo, mi fa sentire la mancanza di Luciano Pavarotti: musicalmente lo ricordo nelle sue tantissime rappresentazioni alle quali ho assistito, e lo ricordano i tanti CD e DVD che sono stati realizzati. Umanamente lo conservo nella mia mente e nel mio cuore come uno degli incontri più belli della mia vita professionale e personale. Che sia morto, mi addolora per i suoi familiari, il cui distacco è sempre doloroso anche se si è coscienti del degrado irreversibile causato dalla malattia, e per chi intorno a lui, ha avuto il modo di viverlo in modo profondo ed autentico. Per me Pavarotti sarà sempre vivo e non solo nel ricordo della sua voce e delle sue interpretazioni, ma per ciò che mi ha dato l’opportunità di imparare, per la sua libertà di rimanere uomo pur essendo una celebrità, per aver saputo guardare dietro di sé a coloro che guardavano a lui come a un mito oltre che come a un maestro, con affetto, disponibilità, partecipazione, aiutandoli concretamente là dove possibile o spendendo per loro parole importanti rivolti ad un “sistema” spesso disattento o opportunisticamente orientato verso altre logiche.
I due Pavarotti convivono dentro di me, ieri come oggi e come accadrà domani, perché, nonostante le apparenze mi avessero fatto credere che nel tempo un po’ di cinismo si fosse impossessato di lui, ho sempre scommesso sulla sua autentica natura generosa e altruista e sul suo reale amore per quella professione che ha così bene onorato in tanti anni di carriera!
Stefano Mecenate
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